Il sottile dilemma tra supporto e empowerment

di Flaminia Fazi

C’è un momento, in ogni percorso di coaching, che mette alla prova non solo le nostre competenze, ma l’essenza stessa di chi siamo come coach.

È quel silenzio carico di attesa, durante una sessione, quando la persona davanti a noi si volta — con lo sguardo colmo di domande, incertezza, speranza. Ha appena condiviso una sfida, qualcosa di personale o una complessità professionale, e ora attende. Le nostre parole. La nostra guida. Il nostro aiuto.

Ed è proprio in quell’attimo che emerge un dilemma familiare e profondo:
Devo supportarlə… o è il momento di fare un passo indietro e lasciarlə scoprire la propria via?

Non è una questione di bravura tecnica. È una questione di presenza. Di saper riconoscere quando fare meno è in realtà fare meglio. E al centro di tutto questo c’è una verità fondamentale: il nostro ruolo non è portare il cliente al risultato, ma generare in lui o lei la consapevolezza necessaria, e un livello di pensiero ulteriore, che permetta l’apprendimento e l’azione autentica.

Florence Stone: la natura sottile del supporto

Nel suo prezioso testo Coaching, Counseling & Mentoring, Florence Stone traccia una distinzione chiara che ogni coach dovrebbe sempre tenere a mente:

  • Il supporto è offrire struttura, risorse, sicurezza.
  • L’empowerment è favorire l’emersione dell’energia interiore della persona — la sua consapevolezza, la capacità di scegliere e agire autonomamente.

Stone ci ricorda che le persone vogliono crescere — ma sta a noi coach fare attenzione a non sostituire il loro processo con il nostro. La tentazione di offrire soluzioni è forte. Ma l’arte vera del coaching è creare le condizioni affinché le soluzioni emergano da loro.

Perché quando “aiutiamo troppo”, rischiamo di rinforzare un messaggio implicito: “Hai bisogno di me.”

E questo, non è coaching. È dipendenza.

Jack Canfield: il coach come custode del potenziale

Jack Canfield, coautore di Coaching for Breakthrough Success, lo esprime con grande chiarezza:

“Al cuore di ogni grande coach c’è la convinzione incrollabile che ogni persona è un individuo unico, con doni straordinari e un potenziale di grandezza.”

Questa convinzione non è una frase motivazionale. È una disciplina interiore.

Significa fidarsi del cliente, anche quando si sente confusə.
Significa rimanere in silenzio anche quando abbiamo la soluzione sulla punta della lingua.
Significa tenere lo spazio con stabilità, per permettere all’altro di sentire la propria voce.

La filosofia di Canfield ci invita a entrare nella sessione con umiltà e presenza. Non come protagonisti, ma come catalizzatori. Non come risolutori, ma come attivatori di consapevolezza.

Cosa serve davvero per generare empowerment?

Ecco 8 credenze fondamentali e punti di attenzione che aiutano ogni coach a “restare fuori”, ma senza mai lasciare da solə l* cliente:

1. L* cliente è integrə, capace e pienə di risorse.
Anche quando non lo sa ancora; anzi, soprattutto in quei momenti. Il tuo sguardo fiducioso diventa un contenitore di possibilità.

2. L’apprendimento vale più della soluzione.
Ogni sessione non è solo un passo avanti, è un passo più in profondità. L’empowerment privilegia la consapevolezza rispetto all’efficienza.

3. La presenza è più potente di un consiglio.
I momenti davvero trasformativi non arrivano per ciò che diciamo, ma per come sappiamo essere lì, pienamente.

4. Il silenzio è uno strumento, non un vuoto.
Quando resisti all’impulso di parlare, crei uno spazio in cui l* cliente può esprimere la propria voce.

5. Sii curiosə, non responsabile.
Non sei tu a dover trovare risposte o risultati. Sei responsabile solo della qualità dello spazio che offri per l’esplorazione.

6. Fai domande per aprire, non per guidare.
Le domande più potenti non orientano; sconvolgono, aprono varchi, invocano verità.

7. Rifletti, non interpretare.
Restituisci ciò che percepisci o osservi per creare chiarezza: le spiegazioni creano solo rumore.

8. L’empowerment è più lento all’inizio — ma più veloce nel tempo in cui si espande l’evoluzione.
Insegnare a remare richiede tempo, ma una volta imparato, nessuno ha più bisogno che tu remi in sua vece.

Restare radicatə nel nostro scopo

Supportare non è sbagliato. Ci sono momenti in cui contenere, offrire cornici o strutture è utile. Ma la domanda da tenerci sempre vicina è:
Sto supportando per rafforzare la sua autonomia, o perché io ho bisogno di sentirmi utile?

C’è una differenza profonda.

Come coach professionistə — che si tratti di leader, imprenditorə, artistə, manager o persone in fase di transizione — il nostro mandato più alto è facilitare consapevolezza, elevare il pensiero e rafforzare l’autonomia.

Non essere la risposta. Sii lo spazio in cui le risposte prendono forma!

 

Tutti gli articoli

Il sottile dilemma tra supporto e empowerment

di Flaminia Fazi

C’è un momento, in ogni percorso di coaching, che mette alla prova non solo le nostre competenze, ma l’essenza stessa di chi siamo come coach. È quel silenzio carico di attesa, durante una sessione, quando la persona davanti a noi si volta — con lo…

leggi di più

Il feedback sblocca il potenziale

di Flaminia Fazi

Se sei un coach professionista o un manager, sai già che il feedback è uno degli strumenti più potenti per la crescita. Ma ecco la domanda chiave: lo stai usando in modo efficace per favorire una pratica deliberata e una vera evoluzione nelle persone o…

leggi di più

Il successo non è talento, è strategia

di Flaminia Fazi

Il segreto dell’eccellenza: la pratica deliberata Hai mai provato a migliorare in qualcosa e, nonostante ore di esercizio, i progressi sembravano minimi? Spesso si pensa che la ripetizione sia la chiave per diventare bravi in qualcosa, ma la verità è che non basta fare, bisogna…

leggi di più